Inizialmente la mia intenzione era quella di parlare un po' dello Zen. O Ch'an che dir si voglia.
Avrei cercato di spiegarvi questo modo di porsi e di vedere il mondo. Avrei cercato di parlare di questa disciplina che non può essere definita né una religione, né una filosofia, né qualcosa di completamente diverso da esse. Ma fare ciò sarebbe stato un errore, poiché avrebbe cozzato contro gli stessi principi dello Zen.
Proverò dunque un approccio diverso, meno storico, filosofico e logico. Se volete, saltate pure le parti contrassegnate.
Lo Zen deve essere così, semplice come un respiro e diretto come una pallottola sparata da una colt anaconda.
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Molti di voi avranno sentito già parlare dei Kôan, o ne avranno letti od ascoltati alcuni.
Kôan è la pronuncia giapponese del termine giuridico K'ung-An, ossia "Caso". Forse sarebbe più giusto e comprensibile tradurlo come "Precedente". I Kôan consistono in ancestrali esempi di come gli antichi maestri e patriarchi cinesi abbiano aiutato la cosiddetta illuminazione, il satori, di uno o più allievi. Iniziarono ad essere utilizzati durante la decadenza delle varie scuole Ch'an cinesi e furono importati senza troppe modifiche in Giappone.
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Ora vi presento cinque di questi Kôan, partendo dal più comprensibile dal punto di vista logico, per sfumare sempre più nell'illogicità e nel regno della pensiero Zen, se così si può definire. Li ho parzialmente riscritti ed ho sostituito ai nomi cinesi quelli nipponici, di più semplice lettura e memorizzazione.
Il mio consiglio è di leggerli e cercare di interpretarli da soli. Evitate commenti o elucubrazioni, vostre od altrui, sono inutili, se non dannosi. Chissà, magari potreste capirli. Nel peggiore dei casi vi farete due risate.
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Per chi è immensamente curioso di saperne di più, eccovi i nomi originali dei maestri e patriarchi cinesi a cui sono stati attribuiti i seguenti Kôan: Ma-tzu (Baso); Huai-jang (Ejô, maestro di Ma-Tsu); Chao-Chou (Jôshû); Seng-ts'an (Sôsan, il terzo Patriarca); Nan-ch'üan (Nansen, maestro di Chao-chou)
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#1
Baso in gioventù era famoso perché dedicava tutto il suo tempo, le sue energie alla meditazione. Un giorno il patriarca del
suo monastero, Ejô, lo vide assiso, assorto nel suo tipico sforzo meditativo.
"Che cosa stai facendo?" Gli chiese.
Il discepolo rispose: "Sto meditando."
"Per quale motivo stai meditando, figliolo?"
"Perché mi voglio illuminare..." Rispose placidamente.
Il vecchio Maestro prese allora un mattone e con un sasso iniziò a sfregarlo. Il discepolo era esterrefatto, così domandò : "Che cosa stai facendo, Maestro?" E il patriarca: "Sto lucidando questo mattone." "Ma... per quale motivo?" Chiese sempre più meravigliato il giovane Baso. "Perché voglio trasformarlo in uno specchio." Al che il discepolo esclamò: "Ma non puoi trasformare un mattone in uno specchio lucidandolo!".
Ejô sorrise.
Allora l'allievo capì.
#2
Un monaco chiese a Jôshu:"Sono entrato proprio ora in questo monastero. Vi chiedo umilmente di espormi il dharma".
Il patriarca, invece di rispondere chiese:"Hai già mangiato il tuo riso bollito?". Il monaco:"L'ho mangiato".
Jôshû concluse:"Allora va a lavare la tua ciotola". Il novizio fu così subito illuminato.
#3
Un giorno al maestro Sôsan si presentò un giovane che dichiarò: "Vengo da te perché cerco la liberazione".
"Chi ti ha incatenato?" gli domandò il maestro.
"Nessuno."
"Allora, sei già libero".
#4
Un monaco chiese a Jôshû:"Ho intenzione di andare a sud per studiare il Buddhismo. Cosa ne pensate?".
"Andando a sud, quando vedi un posto in cui c’è il Buddha, vattene subito; quando vedi un posto in cui non c’è il Buddha, non trattenerti". Fu la risposta del maestro.
L'allievo, deluso, replicò:"Ma questo significa che non c’è nulla su cui posso basarmi".
"Le foglie del salice. Le foglie del salice".
#5
Una mattina due monaci litigavano per aggiudicarsi il possesso d'un bellissimo gatto. La discussione andò avanti per ore, finché non giunse il patriarca del monastero, Nansen. Il maestro, dopo aver sollevato il gatto, disse: "O monaci! Se riuscite a dire una parola sullo Zen, lo salverete; ma se non ci riuscite, lo taglierò in due." I monaci non riuscirono a parlare. Il patriarca, senza troppi commenti, tagliò in due la povera bestia.
A sera Jôshû, che aveva passato la giornata fuori, tornò al monastero. Nansen gli raccontò come s'erano svolti i fatti.
Jôshû, concluso il racconto del maestro, si tolse le scarpe, se le mise in testa e uscì dalla stanza in cui si trovava.
Nansen, sospirando, affermò:"Se tu fossi stato qui, avresti salvato il gatto."
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Wow, due post in tre giorni. Non abituatevici.
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...sarà difficile che diventi un tutt'uno con lo zen...ma di certo come approccio/spunto mi risulta piuttosto affacinante...
RispondiEliminaps ho molto apprezzato "l'elenco dei tuoi interessi"...
Che cosa affascinante.
RispondiEliminanonostante il mio nick ho molto da imparare. ciao e grazie per questo post aku
RispondiElimina@Platonick: Grazie, faccio del mio meglio per non annoiare ;D
RispondiElimina@Akio: Boh, mi viene in mente solo il fondatore della Sony...
c'era una volta un maestro zen che aveva un discepolo. Un giorno venne un contadino a chiedere aiuto al maestro: il raccolto andava male, il padrone lo maltrattava, e sospettava che la moglie lo tradisse.
RispondiEliminaIl maestro chiuse gli occhi così a lungo che il discepolo pensò che si fosse addormentato. Poi li riaprì, indicò il fiume e il cielo e disse: "E' nelle acque limpide che la trota nuota, ma solo nel cielo nuvoloso l'airone stende le sue ali."
il contadino ringraziò molto il maestro e si congedò. Il discepolo, che non aveva capito il consiglio, evitò tuttavia di chiedere spiegazioni.
Un anno dopo il contadino tornò recando un piccolo carro carico di doni per il maestro, dicendo che la moglie non lo tradiva più, il raccolto era migliorato, ed anche il padrone lo trattava meglio. Dei molti doni, il maestro accettò solo una piccola ciotola di biscotti.
A quel punto, il discepolo non riuscì più a contenere la propria curiosità e chiese:
"Maestro, come è possibile che il vostro consiglio abbia aiutato quell'uomo? non aveva alcun senso."
Il maestro sorrise e rispose:
"Figliolo, il vantaggio di essere un maestro zen è che puoi dire qualunque stupidaggine ti passi per la testa, e la gente ne trarrà comunque insegnamento. E ora passami uno di quei biscotti."
Un vero maestro zen non avrebbe mai detto una frase poetica come la prima al contadino.
RispondiEliminaAl massimo gli avrebbe detto qualcosa come "Attento a non calpestare i fiori quando esci" o "Prendi una tazza di te!".
ecco dove avevano preso quella storia del bambino e delle due madri....
RispondiEliminaQuella è una legenda biblica. Il protagonista era Re Salomone.
RispondiEliminaAppunto.
RispondiEliminaLe prime quattro sono piacevoli, la quinta è davvero surreale :D
RispondiEliminaGrazie, mi ci voleva proprio oggi.
RispondiEliminaCiao