sabato 17 dicembre 2005

Vorrei riportare un piccolo stralcio del Nuremberg Diary di Gustave Gilbert. Costui era un ufficiale dell'intelligence ed uno psicologo a cui gli Alleati, conclusasi la Seconda Guerra Mondiale, avevano permesso di visitare e di poter parlare con i detenuti di Norimberga. La parte che sto riportando è una sezione della sua intervista ad Hermann Goering.
Mi scuso in anticipo nel caso che la mia traduzione presenti qualche errore.

Siamo tornati a parlare ancora di guerra e gli ho detto che, al contrario di lui, non penso che la gente comune sia grata ai leader che portano loro guerra e distruzione.
"E' ovvio, il popolo non vuole la guerra." risponde Goering scrollando le spalle. "Perché un povero contadino dovrebbe desiderare di rischiare la pelle in guerra quando l'unica cosa che può sperare di ottenere è quella di tornare alla sua fattoria vivo? Naturalmente, la gente comune non vuole la guerra; né
in Russia, né in Inghilterra e neppure in America, e neanche in Germania, se è per questo. Ciò è chiaro. Ma, in fin dei conti, sono i capi della nazione
che determinano l'andamento della politica e si tratta semplicemente di trascinare il popolo, che si tratti d'una democrazia, d'una dittatura fascista, d'un parlamento o d'una dittatura comunista."
"C'è una differenza" Gli rispondo. "In una democrazia la volontà del popolo si esprime attraverso i rappresentanti da esso eletti, e negli Stati Uniti solo il congresso può dichiarare guerra."
"Oh, tutto ciò è meraviglioso ma, volontà o meno, il popolo può essere comunque manovrato dai suoi leader. E' semplice. Tutto ciò che bisogna fare è dirgli che sono sotto attacco e denunciare i pacifisti per mancanza di patriottismo accusandoli di esporre il paese al pericolo. Funziona ovunque nello stesso modo."

sabato 3 dicembre 2005

Inizialmente la mia intenzione era quella di parlare un po' dello Zen. O Ch'an che dir si voglia.
Avrei cercato di spiegarvi questo modo di porsi e di vedere il mondo. Avrei cercato di parlare di questa disciplina che non può essere definita né una religione, né una filosofia, né qualcosa di completamente diverso da esse. Ma fare ciò sarebbe stato un errore, poiché avrebbe cozzato contro gli stessi principi dello Zen.
Proverò dunque un approccio diverso, meno storico, filosofico e logico. Se volete, saltate pure le parti contrassegnate.
Lo Zen deve essere così, semplice come un respiro e diretto come una pallottola sparata da una colt anaconda.

[Questa parte è saltabile]
Molti di voi avranno sentito già parlare dei Kôan, o ne avranno letti od ascoltati alcuni.
Kôan è la pronuncia giapponese del termine giuridico K'ung-An, ossia "Caso". Forse sarebbe più giusto e comprensibile tradurlo come "Precedente". I Kôan consistono in ancestrali esempi di come gli antichi maestri e patriarchi cinesi abbiano aiutato la cosiddetta illuminazione, il satori, di uno o più allievi. Iniziarono ad essere utilizzati durante la decadenza delle varie scuole Ch'an cinesi e furono importati senza troppe modifiche in Giappone.
[Questa parte è saltabile]

Ora vi presento cinque di questi Kôan, partendo dal più comprensibile dal punto di vista logico, per sfumare sempre più nell'illogicità e nel regno della pensiero Zen, se così si può definire. Li ho parzialmente riscritti ed ho sostituito ai nomi cinesi quelli nipponici, di più semplice lettura e memorizzazione.
Il mio consiglio è di leggerli e cercare di interpretarli da soli. Evitate commenti o elucubrazioni, vostre od altrui, sono inutili, se non dannosi. Chissà, magari potreste capirli. Nel peggiore dei casi vi farete due risate.

[Questa parte è saltabile]
Per chi è immensamente curioso di saperne di più, eccovi i nomi originali dei maestri e patriarchi cinesi a cui sono stati attribuiti i seguenti Kôan: Ma-tzu (Baso); Huai-jang (Ejô, maestro di Ma-Tsu); Chao-Chou (Jôshû); Seng-ts'an (Sôsan, il terzo Patriarca); Nan-ch'üan (Nansen, maestro di Chao-chou)
[Questa parte è saltabile]

#1
Baso in gioventù era famoso perché dedicava tutto il suo tempo, le sue energie alla meditazione. Un giorno il patriarca del
suo monastero, Ejô, lo vide assiso, assorto nel suo tipico sforzo meditativo.
"Che cosa stai facendo?" Gli chiese.
Il discepolo rispose: "Sto meditando."
"Per quale motivo stai meditando, figliolo?"
"Perché mi voglio illuminare..." Rispose placidamente.
Il vecchio Maestro prese allora un mattone e con un sasso iniziò a sfregarlo. Il discepolo era esterrefatto, così domandò : "Che cosa stai facendo, Maestro?" E il patriarca: "Sto lucidando questo mattone." "Ma... per quale motivo?" Chiese sempre più meravigliato il giovane Baso. "Perché voglio trasformarlo in uno specchio." Al che il discepolo esclamò: "Ma non puoi trasformare un mattone in uno specchio lucidandolo!".
Ejô sorrise.
Allora l'allievo capì.

#2
Un monaco chiese a Jôshu:"Sono entrato proprio ora in questo monastero. Vi chiedo umilmente di espormi il dharma".
Il patriarca, invece di rispondere chiese:"Hai già mangiato il tuo riso bollito?". Il monaco:"L'ho mangiato".
Jôshû concluse:"Allora va a lavare la tua ciotola". Il novizio fu così subito illuminato.

#3
Un giorno al maestro Sôsan si presentò un giovane che dichiarò: "Vengo da te perché cerco la liberazione".
"Chi ti ha incatenato?" gli domandò il maestro.
"Nessuno."
"Allora, sei già libero".

#4
Un monaco chiese a Jôshû:"Ho intenzione di andare a sud per studiare il Buddhismo. Cosa ne pensate?".
"Andando a sud, quando vedi un posto in cui c’è il Buddha, vattene subito; quando vedi un posto in cui non c’è il Buddha, non trattenerti". Fu la risposta del maestro.
L'allievo, deluso, replicò:"Ma questo significa che non c’è nulla su cui posso basarmi".
"Le foglie del salice. Le foglie del salice".

#5
Una mattina due monaci litigavano per aggiudicarsi il possesso d'un bellissimo gatto. La discussione andò avanti per ore, finché non giunse il patriarca del monastero, Nansen. Il maestro, dopo aver sollevato il gatto, disse: "O monaci! Se riuscite a dire una parola sullo Zen, lo salverete; ma se non ci riuscite, lo taglierò in due." I monaci non riuscirono a parlare. Il patriarca, senza troppi commenti, tagliò in due la povera bestia.
A sera Jôshû, che aveva passato la giornata fuori, tornò al monastero. Nansen gli raccontò come s'erano svolti i fatti.
Jôshû, concluso il racconto del maestro, si tolse le scarpe, se le mise in testa e uscì dalla stanza in cui si trovava.
Nansen, sospirando, affermò:"Se tu fossi stato qui, avresti salvato il gatto."

[Questa parte è saltabile]
Wow, due post in tre giorni. Non abituatevici.
[Questa parte è saltabile]

giovedì 1 dicembre 2005

Le loro case sono lì, al morire delle prime luci. Si insediano, nella notte strade e piazze diventano il loro paese. Le loro case hanno ruote; si mescolano, poi fuggono, ma tornano ogni volta. Tornano sempre, e le strade ritornano accampamenti.
E sporcano. Mangiano, mangiano e sporcano.
Vivono nelle loro abitazioni semoventi: mangiano, bevono. Ed ascoltano musica. E festeggiano. Ogni notte, sia pioggia o sia nebbia, si riuniscono in festa. La musica, etnica e ovvia, li annuncia per centinaia di metri. Tra le note, urla e risa. A volte si accoppiano, ma con discrezione. La loro lingua si mescola alla nostra. Cocci di bottiglia e rifiuti ne ricordano l'esistenza in loro assenza.
Impongono la loro cultura, ignari di trovarsi in uno stato con le sue leggi, i suoi usi e costumi. A volte l'ignoranza è volontaria, altre è fonte di immenso piacere.
Sono proprio un dito al culo 'sti neopatentati eh.

sabato 1 ottobre 2005

La stagione che tutti preferiscono, che tutti amano ed aspettano con ansia è senza dubbio l'estate; niente scuola, sole e mare in abbondanza, numerosi e prepotenti feromoni. Eccitante, insomma. Nei miei confronti invece si è mostrata puntualmente ogni anno lenta, mortalmente pacifica, vieppiù noiosa.


Stavolta no. L'ultima estate è stata una bizarra eccezione; tra imprevisti esperimenti culinari, matrimoni e simili celebrazioni, sessioni d'esami estive prolungate ed autunnali anticipate, dozzine di funerali, vacanze casalinghe nonché plurietniche, Carcassonne, piacevoli intrallazzi amorosi, impieghi da tassista no-profit, gite impreviste, umidi eventi musicali, atroci babysitting, implosioni di software e altre numerose attività di minore importanza, ho avuto ben poco tempo per annoiarmi. O per scrivere in questo spazio qualcosa di vagamente intellegibile. Tra le bizarrie di questa atipica estate ce n'è stata una sulla quale vale la pena spendere due parole. Qualche mese fa infatti ho effettuato il mio primo, indimenticabile ingresso in quel tanto ambito quanto oscuro luogo fatto di oblio e speranza, di flash e di caos, di truzzi e di paste: sto parlando della discoteca.


Si, ci sono entrato. 


Si, ero disarmato. 


Beh, quasi.


Prima e poi doveva succedere; in quel di Rimini, al termine d'un lungo conciliabolo tra noi giovani vacanzieri associati, tra uno "Uà, amm' pariat a ciucc'", qualche "We pheega" e miriadi di "'Nse sa ahò!" siamo giunti alla conclusione di dover trascorrere il dopocena in una qualche discoteca. Più che altro perché la sera a Rimini non c'è veramente un cazzo da fare. A dire il vero neanche il giorno, se piove. 


Grazie alle impareggiabili abilità dialettiche di uno del gruppo, per un prezzo modico siamo giunti in fine alla soglia dell'AltroMondo. Il nome del locale si rivelava già foriero di mille e più significati. Fila all'ingresso. Fila alla biglietteria. Fila per ritirare i buoni per le consumazioni. Ma soprattutto fila al bar per ritirare le consumazioni.


La tizia al bancone del bar era realmente qualcosa di entusiasmante. Dietro mandrie di adolescenti in tiro, tutte alte mezzo metro meno di me, la vedevo pigliare e riporre a caso bottiglie quà e là dagli scaffali e riempire con un ghigno decine di bicchieri di plastica, lanciando disordinati schizzi e meravigliandosi dai colori dei composti ottenuti. Non mi sarei stupito se un paio di quelli fossero esplosi. Arrivato infine il mio turno la vedo prendere in mano la batida de coco. Che schifo. Le mostro due biglietti (Grazie, Ferikusu) e la anticipo: "No, senti, io m'accontento d'un doppio Grand Marnier." "Non ce l'abbiamo." "Ma che stai a dì, ce l'hai dietro la testa!" "EH?". Eh, già. Ricordatevi che tutto ciò si svolgeva all'interno d'una discoteca. Attiva. Fin troppo. Ovviamente UNZ UNZ il non proprio UNZ gradevole UNZ sottofondo UNZ UNZ

LA BATTERIA UNZ E' RICARICATA UNZ UNZ UNZ non mi coadiuvava UNZ UNZ

LA BATTERIA LA BATTERIA

LA BATTERIA UNZ UNZ affatto UNZ UNZ E' RICARICATA per ciò che UNZ UNZ concerne UNZ E' RICARICATA UNZ il settore UNZ UNZ E' RICARICATA delle comunicazioni. Le indico l'agognato liquore urlando disperato "DAMME DU BICCHIERI DE QUELLAH!" La tizia si accorge che la bottiglia è finita e va a prendermene un'altra in magazzino. Quelli dopo di me un po' mi odiano.


Ottenuta la mia agognata doppia razione di Grand Marnier inizio a girovagare da solo per il locale, poiché gli altri componenti del mio gruppo si erano già sparpagliati per le piste. Da questo momento in poi cerco di limitare le mie intromissioni con l'ambiente circostante per evitare di causare danni alla fauna. Ciononostante non posso fare a meno di osservare alcune interessanti specie che popolano questo particolare tipo di habitat. Inizio il tour dalle poltroncine; purtroppo trovo soltanto coppiette sdraiate impegnate nello scambiarsi tenere effusioni. Ah, ed anche qualche tizio sdraiato senza compagna alcuna, ma con lo sguardo vitreo e la bavetta all'angolo della bocca. 


Provo, Grand Marnier ancora alla mano, ad avvicinarmi ad una delle zone adibite alla sequenza di movimenti scomposti denominata ballo. Ad un angolo c'è un tizio in rosa dentro una specie di gabbia che si agita sculettando. Ugualmente sculettando si avvicina a me un altro tizio poco rassicurante. Mi dileguo ripromettendomi di stare lontano dalle gabbie. Mi siedo su una poltroncina libera, non lontano da quattro ragazze che si fissano senza muoversi o parlare. Un sorso, due sorsi, finisco il primo bicchiere. Ed il secondo. Stavo giusto chiedendomi "E mo che cazzo faccio?" quando tra esplosioni e lampi mi accorgo dei vari 舞 stilizzati appesi un po' ovunque. Parte l'amur tugiur di D'Agostino, tra le urla di gioia dei presenti. Un idiota basso e grassottello comincia a camminare in cerchi coprendo la zona tra me e le quattro ragazze in lattice. Ha le ginocchia piegate e ruota le braccia, come se stesse riavvolgendo uno spago. Continua per quasi venti minuti, perdendo l'equilibrio un paio di volte. Peccato abbia smesso. Quando la noia inizia a sopraffarmi e la percezione dei suoni si distorce in maniera poco piacevole decido di fuggire, ritrovando il resto del gruppo, col quale riprendo la strada per la nostra temporanea residenza.



E' stata un'esperienza da fare, spero non da ripetere. E poi andare allo zoo costa meno.


 

sabato 25 giugno 2005

E' estate, e si appropinqua l'avvento della terza edizione del Bassano Rock Fest. Alcuni di voi verranno, e, molto probabilmente, lo faranno utilizzando i propri mezzi.
Al fine di agevolare il vostro transito per le strade del paese, condividerò con voi lettori l'emendamento al codice stradale tuttora qui vigente.
Mi raccomando, le trasgressioni si pagano care.


Regole riguardanti il traffico automobilistico:
- L'accensione delle luci d'emergenza consente di parcheggiare ovunque, in qualsiasi condizione e per periodi di tempo indeterminati.
- Se si viaggia lasciando aperti i finestrini, è obbligatorio che il proprio stereo trasmetta musica Dance ad alto volume fino a mezzanotte; dopodiché bisognerà essere equipaggiati di musica Hardcore. Al limite, vecchi successi di Donatella Rettore o d'Amanda Lear. In caso di mancanza di stereo di serie, è possibile equipaggiare il proprio veicolo con stereo a pile o strumenti dalle funzioni equivalenti.
- In curva è consigliabile sterzare in modo da oltrepassare la linea di separazione delle corsie, così da non dover ridurre la propria velocità e danneggiare i freni.
- Nel caso stiate viaggiando all'interno del centro abitato durante le ore notturne, è consigliabile accendere il vostro stereo, che ovviamente dovrà essere munito della regolamentare musica Hardcore, ad un volume sufficientemente alto, in modo da avvertire eventuali pedoni del vostro passaggio.
- L'utilizzo degli indicatori di direzione è caldamente sconsigliato: consuma corrente e, dopotutto, a nessuno gliene frega un cazzo di dove state andando.
- I guidatori autoctoni oltre i 65 anni a bordo di mezzi a tre ruote in caso di necessità possono ignorare i sensi unici.
- In prossimità di bar e altri locali dalla funzione simile è consentito il parcheggio nelle seguenti condizioni: sui marciapiedi, sugli spazi adibiti al transito dei mezzi pubblici, in curva, in passo carrabile, in doppia fila, in mezzo alla strada, all'interno delle attività adiacenti, su due ruote.


Regole riguardanti il transito pedonale:
- E' vietato il transito su marciapiedi e spazi pedonali a tutto coloro la cui età supera i 70 anni, specialmente in prossimità di bar e simili. Costoro devono camminare negli spazi adibiti al loro passaggio, ossia sulla linea che separa le due corsie di marcia.
- Pedoni trasportanti passeggini carichi di uno o più infanti devono rigorosamente camminare a fianco del marciapiede, mai sopra di esso.

martedì 17 maggio 2005

Ok, ok.

Va bene la parità dei sessi, sono completamente d'accordo.

Vanno bene il desiderio, la volontà di poter esprimere liberamente tutto ciò che riguarda la sfera sessuale.

Sono totalmente convinto della necessità di adottare dei compromessi, in alcuni casi.

Ma questo, questo proprio NO.

Andiamo per ordine, che già vi vedo confusi.


Io di moda non capisco un cazzo, e me ne vanto, qui, ovunque, sempre.

Sono sopravvissuto, indenne osservatore dei solitamente brevi cicli vitali di numerosissime piaghe: le bandane, le camicie hawaiane, i camicioni verde marcito con la bandierina della germania, il barbour, le scarpe da ginnastica rosse fregate a Dorothy.

Se io fossi l'unico responsabile del mio abbigliamento, il mio armadio sarebbe come quello di Dylan Dog. Vabbè, ho meno camicie rosse e giacche nere, ma la metaforica iperbole dovrebbe aver reso l'idea; non mi vedrete mai con indosso qualcosa con colori i cui nomi risultano impronunciabili ai più.

Purtroppo due potentissime entità si frappongono sempre tra me e la mia libertà: periodicamente mia madre e la mia ragazza stipulano diaboliche alleanze e mi costringono a frequentare, nonostante le mie proteste, negozi d'indumenti nei quali eviterei volentieri di entrare senza un'arma.

Uno, forse due anni fa mi costrinsero a provare un paio di pantaloni a vita bassa; modello bicolore stinto. Orribile, vi giuro. Al momento della misurazione scopro di non potermeli mettere, non riuscivo a farli calzare. Mi spiace per chi si era preparato una battuta sul mio modesto strato di grasso fodera-addominali, in quanto riuscivo benissimo ad infilare il bottoncino nell'asola. Era il pacco a debordare: non c'era verso di chiuderlo dentro quegli affari diabolici. Castrazione a parte, ovviamente.

"Nun sei er primo bbello mio, questi nun so ppe ttutti." Mi rassicurò subito il commesso.

Sculettando.

Lui però li portava.


Quello, però, fu solo un primo, debole, campanello d'allarme. Presto mi dimenticai dell'evento.

Oggi, chissà perché, quell'episodio mi è tornato in mente. Assieme ad altri particolari. Ad esempio, l'aver notato diversi giovani con una bizarra maglietta bianca adornata da motivi formati da strass. Oppure l'aver visto decine di sfigati, perlopiù coattoni all'ultimo grido, indossare orribili t-shirt rosa confetto. T-shirt con su scritto "D&G, Dolce e Gabbana". Cazzo che ideona, bisognava essere stilisti per poter pensare di produrre una maglietta col proprio marchio e nome.

Oggi, questa vague di moda viadoseggiante ha raggiunto per me il suo culmine: ho incontrato un ragazzo, comodamente abbarbicato alla propria fidanzata. Costui indossava orgoglioso un paio di pantaloni con su scritto "Trophy". Con degli strass rosa. Sul culo.


Allora ho compreso la soluzione di questo koan dei nostri giorni.

La verità è che gli stilisti facevano più soldi con le donne che con gli uomini.

Ora no.

La verità è che ci vogliono tutti omosessuali. O morti.

domenica 8 maggio 2005

Si è conclusa ieri qui a Bassano Romano (VT) la prima tranche dei grandi festeggiamenti del venticinquennale della Madonna della Pietà.

Codesta ricorrenza, peculiare del mio paesello, è una sorta di patrono di consolazione; visto che qui siamo così furbi da aver bruciato due giorni di non-lavoro posizionando San Gratiliano e San Luciano qualche giorno prima di Ferragosto, ci siamo rifatti inventandoci festività alternative, accompagnandole con modalità d'uso geniali. Ad esempio il mattino del 17 gennaio, Sant'Antonio Abate, è tradizione portare benedire gli animali, mentre i ragazzi non vanno a scuola. Il fatto che sia considerato dalle scuole un normale giorno feriale è ovviamente marginale.

La Madonna della Pietà è un'altra di queste quasi feste. Si svolge durante i week-end del mese di Maggio, seguendo lo stessa procedura delle giornate patronali: Bancarelle, messe speciali, processioni. L'unica differenza è che i paesani di bianco vestiti a Maggio trascinano l'altare della Madonna, ad agosto la mandibola di San Gratiliano e la sua ingombrante custodia.

Questa Madonna, però, non è come tutte le altre. Dimenticatevi pure quella delle Grazie, quella di Civitavecchia e quella di Lourdes. Questa è la preferita dai Bassanesi. Da tutti, dalla vecchia bigotta standard, alla giovane discotecaiola in piena adolescenza da marciapiede. Persino il bestemmiatore medio, colui che enuncia le sue proposizioni secondo la classica struttura "Soggetto-Predicato-Bestemmia-Complemento." A partecipare alle processioni, cero alla mano e tunica bianca, sono proprio loro, gli esecratori di santi più attivi. E qualche bambino, giusto per far esclamare al pubblico "Un checcarino!"  Questioni d'immagine a parte, per farvi capire meglio quanto sia amata dai miei compaesani più blasfemi, non mi resta che citarvi uno di loro: "Biastimateme tutte 'e Madonne, ma quella d'a Pietà no."

Quest'anno questa sacra ricorrenza è ancora più speciale; essendo il venticinquennale si è trasformata in una sorta di mini giubileo. Il centro storico è stato praticamente trasformato: il comune ha fatto togliere la pavimentazione in asfalto per farla sostituire con dei medievaleggianti sanpietrini. Bloccando il traffico in quella zona per tutto l'inverno ed impedendo l'accesso a diversi esercizi commerciali, ma questa è un'altra storia.

Quasi tutti i cittadini si sono industriati per diversi mesi creare dei simpatici e variopinti fiori di carta velina con cui addobbare il centro storico del paese. L'effetto è stato senza dubbio piacevole; il commento che più si sentiva per le strade era "Perché non le lasciano così?". Alle processioni poi, han partecipato dei VIP; il sabato sera, il vescovo della nostra diocesi. La domenica mattina, Fabrizio Frizzi. Che non c'entra un cazzo ma è di qui e ogni tanto viene. Hanno fatto più foto a lui che alla città addobbata o all'altare della Madonna.

lunedì 4 aprile 2005

E' morto il Papa, ed è l'unica cosa successa in questi giorni, a giudicare dai media.

I telegiornali hanno monopolizzato lo spazio televisivo; le varie reti ci tengono informati di qualunque particolare e fanno a gara pur di poter dare per prime le ultime notizie dal Vaticano.

TV, radio, giornali ci hanno costretto a seguire l'intera vicenda, minuto per minuto. "Signori e signore, benvenuti in questa edizione straordinaria." "Novità sulle condizioni di salute di Giovanni Paolo II." "Il Papa ha perso conoscienza." "Il Papa ha perso conoscienza, ma è cosciente." "Il Papa è morto." Penso che dispiaccia a tutti.

Una società civile, dopo l'annuncio del decesso, avrebbe mantenuto un rispettoso e religioso silenzio, perlomeno fino all'habemus Papam.

Purtroppo non viviamo in una società civile, ma nella barbara era della pubblicità.

I media, abbandonata la normale programmazione, continuano spietati a flagellare noi e la memoria del defunto pontefice con ogni mezzo. I bollettini minuto per minuto dal Vaticano continuano imperterriti; "Il portavoce Navarro Vals ci aggiornerà con le ultime decisioni", "Il Cardinal Ratzinger sta dicendo qualcosa, ora vi informeremo", "Il cardinal Ruini ha sbadigliato".

Quando il Vaticano tace per riprender fiato, si manda in onda il materiale riempitivo: biografie su biografie del Papa polacco, vecchie fiction su santi e affini, testimonianze di fedeli, immagini di repertorio, talk show, lacrime e preghiere.

Ogni rete ha il suo stile per immergere il povero spettatore nell'evento: Rai1 si è trasmutata in un'infinita puntata di Porta a Porta, il Canale5 mostra soltanto visi in lacrime ed i suoi giornalisti parlano con la voce rotta dal pianto, a tratti greco; MTV manda in onda pressoché ininterrottamente video di canzoni melense sotto le cui immagini scorrono i messaggi dei giovani. "Carol ci mankerai tanto". "Carol, sei stato un grande, nn t dimentikeremo". Niente da fare, la kappa resta al posto sbagliato. Per un attimo ho temuto che la puntata di oggi dei Simpsons sarebbe stata un collage degli episodi in cui appare Giovanni Paolo II.

Ignoro come si siano comportati quotidiani e settimanali, questi giorni ho evitato di comprarli. Ultimamente fa abbastanza caldo, e non c'è bisogno d'accendere la stufa, dopotutto.

Mia madre, che pure è cattolica e teledipendente, da due giorni tiene la tv spenta per ore intere. Durante le crisi d'astinenza fa uno zapping veloce poi, con il volto colmo di angoscia, si sintonizza su Alice o Gambero rosso. Ma il cervello è destabilizzato dall'intossicazione mediatica, e il terrore che il tacchino alle spezie si possa trasformare inavvertitamente in pontefice, e continuare a rosolare nei suoi abiti bianchi è grande.


Ranieri sta sempre male, ma è un VIP minore. Carlo e Camilla sono stati costretti a rinviare le nozze, o si ritroverebbero la chiesa vuota, nel giorno del loro matrimonio. Ci sono stante le elezioni provinciali e quelle regionali, ma senza la consueta valanga di pronostici e statistiche. Cogne e la Franzoni sono nel freezer, in attesa di tempi di magra.

C'è stata solo una forza che ha resistito imperterrita a questa piena mediatica, e che ha continuato a vivere coi suoi ritmi, ignorando ciò che è successo.

La pubblicità.

domenica 20 marzo 2005

Sappiate che vado piuttosto raramente al cinema; per non perdere ore al volante posso recarmi soltanto in due monosala. Ovviamente ciascuno dei due ha i suoi bei difetti che mi rendono quasi sempre impossibile godermi un bel film.

Il più grande dei due proietta soltanto pellicole destinate al consumo di massa: vanzinate, ammassi d'effetti speciali, stronzate alla American Pie, ogni tanto qualche cartone animato. Inutile dire che è frequentato più che altro da famigliole con odiosi bambini rumorosi. Gruppi di adolescenti molesti o maniaci dei cellulari, nei casi migliori.

L'altro cinema è bello, così intimo grazie ai suoi 50 posti: sembra quasi di stare a casa. Inoltre fa solo bei film; ogni immensa cazzata è bandita, ma c'è spazio sia per i film più famosi che per le pellicole di nicchia.

Peccato per un piccolo particolare: il luogo ove vivo è proprio tagliato fuori dal mondo.

Ho avuto la conferma definitiva del fatto che i paesi circostanti ci considerano, pur a ragione, talmente inutili ed ignoranti da considerarci indegni perfino per la loro pubblicità.

Oggi io e la mia ragazza ci siamo diretti, gioiosi e sicuri di poterci gustare finalmente una piacevole visione, al piccolo godurioso cinema di cui sopra; il nostro desiderio sarebbe stato vedere il film Il Mercante di Venezia, che, come sosteneva il manifesto appeso in uno dei molteplici bar del nostro paese, sarebbe stato in programmazione da venerdì 18 a lunedì 21.

Arrivati a destinazione, dopo esserci fatti un sedere abnorme per poter posticipare i nostri vari impegni, terrorizzati leggiamo al di fuori del cinema ben diversi orari, ma soprattutto, una programmazione orribilmente differente; non che abbia qualcosa in particolare contro Sideways, ma noi due eravamo partiti per vederci la trasposizione dell'opera di Shakespeare.


Lei triste ed abbacchiata, io incazzato come se fossi stato svegliato dall'hitmania dance d'un vicino, ci rechiamo a chiedere informazioni alla maschiera. Questi, un giovane sulla ventina in tuta di marca, ci risponde basito: "Ahò, guarda chell'avemo fatto er mese scorso 'r Mercante de Venezia!"

Un po' scazzati, siamo stati costretti a tornare a casa, poiché che Sideways sarebbe iniziato un'ora dopo. Per strada, il beffardo ed anziano manifesto ci osservò, con le sue ingannevoli informazioni, comunicandoci un muto messaggio: "Ah-ha!"

Ci siamo visti un pezzo di Hong Kong Express a casa mia. Un po' ironico, un po' depresso. Bello, comunque.


 

domenica 6 marzo 2005

Ultimamente capita raramente che mi riveda con loro.
Io e due amici, i migliori, di quello che fu il mio periodo adolescenziale.
Allegri compagni di sbronze e cazzate, immancabili consolatori in tempo di magra, praticamente sempre; inseparabili cazzeggioni senza nulla di meglio da fare. A dire il vero io non mi sono mai sbronzato, ma tant'è. Un po' mi mancano i nostri dialoghi sui massimi sistemi, intervallati da sessioni di blasfemia avanzata e da gare in intensità d'emissioni gassose.
Inseparabili, si; ma ormai è decisamente passato.
Essendo ora tutti e tre fidanzati con ragazze abitanti in luoghi piuttosto distanti l'uno dall'altro, nonché frequentando scuole sparse per la regione, ci riuniamo saltuariamente.
Purtroppo.
Infatti uno dei due deve ridarmi un numero di Rat-Man da più d'un anno. Tanto non leggerà queste righe, deve portarmi il pc per farselo riparare. Da sei mesi.
Indubbiamente, fa sempre piacere rivedersi per ridere del passato.

giovedì 3 febbraio 2005

C'è qualcosa che mi preoccupa.
I nostri fratellini, i nostri nipoti, i nostri figli; devono essere salvati.
Il loro, il nostro futuro è in pericolo.

Alla sorella minore della mia ragazza è stato regalato il classico telefono giocattolo che, come da copione, suona un po' di tutto quando i suoi tasti vengono stimolati dalle manine unte e viscide del bimbetto di turno. Cani, gatti, pavoni che muoiono, ninne nanne, fino ai canonici squilli accompagnati da un "Pronto?" o da un "Hello?".
Questo particolare balocco aveva però un particolare inquietante.
Aprendo la dolce coccinella che proteggeva la tastierina e schiacciando il sorridente numero 5, si scatenava improvvisa una terribile cacofonia di UNZ UNZ e musica elettronica da discoteca peggiorata da incomprensibili urla. Un minuto, e il silenzio tornava a regnare, per poi essere di nuovo distrutto da una sequenza di miagolii. Niente più UNZ, ma ormai il danno era fatto; lei, la bambina, lo aveva ascoltato. E lo avrebbe fatto ancora.
E ancora.

Tutto ciò potrebbe sembrare una sciocchezza, un piccolo particolare, ma pensateci bene: la musica da discoteca comincia ad intaccare le loro cortecce celebrali in età sempre più tenere. E l'attacco giunge da più parti.
Quali sono le prime canzoni che imparano i bambini? Le sigle dei cartoni animati.
Ecco che i bimbi lasciati soli, indifesi di fronte alla TV, ascoltano ed assimilano le varie UNZate dei cartoni che vanno in onda su Italia 1. Anche le sigle delle vecchie glorie sono condannate a fare la fine di Mentana: se sono considerate inoffensive vengono subito sostituite.
Così, mentre io ho trascorso la fanciullezza canticchiando, ad esempio, la sigla di Ken il guerriero o quella delle tartarughe ninja, ecco che il mio giovanissimo nipote salta sul letto urlando: IUGHI-O'! IUGHI-O'!

Ora che siete coscienti del problema, aiutatemi a risolverlo.
Se vogliamo evitare un futuro dominato da truzzi, dobbiamo organizzarci di conseguenza. Recuperate i vostri cd, le vostre cassette, i vostri vinili, e abituate i giovani a crescere con una sana cultura musicale.
Ad ogni segnale negativo, reagite in maniera consona: dopo la pubblicità di Hitmania Dance Millemila, fate subito partire il primo live dei Deep Purple che avete sotto mano. Combattete la sigla rimodernata delle tartarughe ninja con una dose di Queen. Soffocate con De André le classifiche dei migliori remix del mese.
Io, dal mio canto mi sto attrezzando.
Il tasto 5 del telefono di cui sopra, prima o poi, non solo non UNZerà più, anzi.

Presto premerai 5, o cara cognatina, e sentirai Thom intonare: "Karma police, arrest this man..."

venerdì 21 gennaio 2005

Incredibile come il karma punisca le persone nelle maniere più insolite.

Al liceo la professoressa di chimica, biologia e scienze varie mi odiava. Dubito serva specificare cosa ne conseguisse. Comunque, non sono mai stato il classico tipo che fa casino a scuola; passavo la maggior parte del tempo a dormire o a leggere.
Perché allora non poteva soffrirmi? Imitando inconsapevolmente la tendenza più comune tra i miei poveri e ben più ignoranti compaesani, generava il suo rancore verso la mia innocente persona della mia abitudine a saperne più di lei.

Qualche giorno fa lei, la professoressa foriera d'odio, mi telefona e mi chiede se posso fare delle ripetizioni di inglese e francese al figlio.
Perché proprio me? Nel mio paese pochi sono diplomati; la carriera che va per la maggiore è quella del militare. Quelli senza parenti ufficiali in qualche caserma fanno i muratori. C'è anche qualcuno che ha finito il liceo e fa persino l'università, ma nessuno studia lingue.

Beh, ho nelle mani il guinzaglio del figlio della professoressa che tanto m'ha fatto penare. Aspetta sul bordo del fiume che passi il cadavere del tuo nemico e quella roba là? Vendetta, tremenda vendetta?
Pensandoci, no. Le colpe dei padri non devono ricadere sui figli. Preferisco limitarmi ad essere pagato.

Incredibile come il karma punisca le persone nelle maniere più insolite.